Storia

Fino al termine dell’età medievale il territorio attualmente occupato dalla Svizzera non costituiva uno spazio politicamente unitario.

Le più antiche tracce della presenza umana sul suolo elvetico risalgono a circa 150.000 anni fa, mentre gli insediamenti agricoli più remoti, allo stato attuale delle ricerche archeologiche, sembrano essere quelli di Gächlingen, fatti risalire al 5300 a.C. circa. Prima della conquista romana, il territorio a sud del Reno era abitato da diverse tribù celtiche.

L’insediamento più conosciuto e documentato è quello di La Tène, sul lago di Neuchâtel, che ha dato il nome alla cultura della tarda età del ferro, iniziata intorno al 450 a.C. Nella parte orientale del paese (nell’attuale Canton Grigioni) erano stanziati i Reti, più a sud (nell’attuale Canton Ticino) i Leponzi e gli Insubri.

Gran parte dell’Altopiano, tra le Alpi e la catena del Giura, era invece occupato dalla tribù degli Elvezi, la cui sconfitta, nella battaglia di Bibracte, nel 58 a.C., segnò l’inizio della dominazione romana sul territorio. La conquista latina venne portata a termine nel 15 a.C., da Tiberio (destinato a diventare il secondo imperatore romano) e da suo fratello Druso che annessero all’impero le Alpi (creando la provincia delle Alpi Pennine, corrispondente grossomodo al Vallese).

L’area occupata dagli Elvezi fu prima parte dalla provincia della Gallia Belgica quindi della Germania superiore, mentre i territori a est della Linth e dell’Alto Ticino furono integrati nella provincia della Rezia. Le popolazioni celtiche si integrarono velocemente nel mondo culturale romano, adottandone lingua e religione.

Tre erano le colonie governate secondo il diritto romano: Augusta Raurica (Kaiseraugst, fondata nel 44 a.C., oggi il principale sito archeologico della Svizzera), Aventicum (Avenches, che conserva l’anfiteatro del 130 d.C., ed entro le cui mura potevano trovare rifugio oltre 50.000 abitanti) e Colonia Iulia Equestris (Nyon). Altri centri importanti erano: Genava (Ginevra), Lousonna (Losanna), Curia (Coira), Bilitio (Bellinzona), Sedunum (Sion), Octodurus (Martigny), Eburodunum (Yverdon), Petinesca (Studen), Salodunum (Soletta), Turicum (Zurigo), Arbor Felix (Arbon), Ad Fines (Pfyn), Iullomagus (Schleitheim), le terme di Aquae Helveticae (Baden) e l’ospedale militare di Vindonissa (Windisch). Gli insediamenti erano collegati da un’efficiente rete stradale che, varcando le Alpi attraverso sei passi, metteva in comunicazione l’Altopiano con la Gallia Transpadana e il cuore dell’impero.

Alla pax romana nelle province misero fine le incursioni delle tribù germaniche. Il limes venne varcato per la prima volta nel 260 d.C. dagli Alemanni. Il territorio fra le Alpi e il Reno (impoverito dalle incursioni e dalla presenza sempre più pervasiva dell’esercito romano) venne temporaneamente riconquistato, ma verso il 400 Roma lo abbandonò definitivamente.

La tribù germanica dei Burgundi si insediò nella regione a ovest dell’Aare: adottò la lingua latina e si convertì al cristianesimo, mentre le tribù Alemanne, stabilitesi a est dell’Aare, mantennero usi e costumi germanici. Si formò così quel confine linguistico tra francese e tedesco che caratterizza ancora oggi l’Altopiano svizzero.

I Reti (o Reto-romanzi, Rumantsch, poiché latinizzati) si ritirarono invece in alcune vallate degli attuali Grigioni. Tra il 511 e il 534 il Regno dei Burgundi venne conquistato dai Franchi; nel 539 fu la volta dell’Alemannia. I sovrani Merovingi e Carolingi promossero l’espansione del cristianesimo, sull’Altopiano e nelle valli alpine sorsero numerose abazie (San Gallo, Einsiedeln, Disentis, San Giovanni in Münstair, Saint-Maurice d’Agaune): centri religiosi, economici e culturali della civiltà feudale.

Con il Trattato di Verdun nell’843, che mise fine all’impero di Carlo Magno, il territorio venne nuovamente spartito: il territorio dei Burgundi venne assegnato a Lotario I, quello degli Alamanni a Ludovico il Germanico. Nel 1039, con la conquista del Regno burgundo da parte di Corrado II, tutto il territorio dell’attuale Confederazione si ritrovò riunito nel Sacro Romano Impero.

La crisi del sistema feudale fra il Duecento e il Trecento portò ad una situazione di endemica conflittualità fra casati nobiliari. Sull’Altopiano dapprima si scontrò la famiglia sveva degli Zähringen (che ebbe la peggio) con quella imperiale degli Hohenstaufen (che perse poi nello scontro con il papato) poi si scontrarono i Savoia e i Kyburg (che si estinsero), su tutti trionfarono gli Asburgo, originari dell’Habichtsburg, nell’Argovia.

Gli Asburgo, che nel 1291 dominavano gran parte della Svizzera centrale, erano intenzionati a rendere più efficiente la loro amministrazione trasformando i propri feudatari in semplici funzionari (landamani). Le comunità di contadini che abitavano le vallate alpine desideravano al contrario conservare le loro antiche prerogative e premevano per ottenere la dipendenza diretta dall’Impero (su modello delle libere città imperiali) scavalcando il domino dei feudatari.

A questo scopo le comunità rurali strinsero numerosi trattati di alleanza e di mutua assistenza. Il principale di questi trattati è il Patto eterno del Grütli, stipulato intorno ai primi giorni di agosto del 1291 (per convenzione il 1º agosto), in cui le comunità di Uri, Svitto e Unterwaldo si giurarono reciproco aiuto in caso di conflitto, formando il primo nucleo della Confederazione. Nel 1313 i contadini di Svitto attaccarono l’abbazia di Einsiedeln e quando, due anni dopo, intervennero i cavalieri degli Asburgo, i Confederati li affrontarono uniti e li sconfissero a Morgarten (1315).

Subito dopo la vittoria, Ludovico il Bavaro (anch’egli rivale della casa d’Asburgo) riconobbe ai Confederati l’immediatezza imperiale. Negli anni seguenti alla Confederazione aderirono Lucerna (1332), Zurigo (1351), Berna (1353) e Zugo (1365). Preoccupati per la crescente forza dei Confederati, gli Asburgo intervennero a due riprese, ma i fanti svizzeri sconfissero ancora la cavalleria a Sempach (1386) e a Näfels (1388). Nello stesso anno si unì ai Confederati Glarona, poi, dopo le Guerre borgognone (1474-1477), aderirono Friburgo e Soletta (1481), dopo la Guerra sveva (in cui Massimiliano I, sconfitto, riconobbe nel 1499 la sovranità svizzera) aderirono Sciaffusa e Basilea (1501) mentre, durante le Guerre d’Italia, aderì l’Appenzello (1513).

Oltre ai territori cantonali, i Confederati conquistarono altre regioni di interesse strategico, i baliaggi (ted. Vogteien, dal lat. (ad)vocatiae): l’Argovia (1415), Uznach (1437), i territori a sud delle Alpi che oggi formano il Canton Ticino (acquisiti fra il 1439 e il 1513 → Campagne transalpine dei Confederati), Turgovia (1460) e Sargans (1483). Infine, accanto ai Cantoni confederati, vi erano gli alleati: la Repubblica del Vallese (1416), l’abbazia di San Gallo (1451), la città di San Gallo (1454), la Repubblica delle Tre Leghe (1497), le città di Mulhausen (dal 1515 al 1586), Rottweil (dal 1519 al 1643) e Ginevra (1519). Nel 1515 la battaglia di Marignano (in cui i Confederati, alleati del Ducato di Milano, vennero sconfitti dalle forze francesi) segnò invece una battuta d’arresto dell’espansione della Svizzera; da allora non vi furono più campagne militari al di fuori dai confini elvetici.

I 13 Cantoni sovrani che allora componevano la Confederazione inviavano più volte all’anno i propri rappresentanti (landamani o borgomastri) alla Dieta Federale (ted. Tagsatzung, fr. Diète, dal lat. med. dies, “giorno”) che costituiva l’unico organo sovra-cantonale, sviluppatosi dai precedenti trattati (la “Carta dei preti” del 1370 e la Convenzione di Sempach del 1393).

A partire dal 1415 la Dieta andò rafforzando le sue prerogative, soprattutto riguardo al governo dei baliaggi (Convenzione di Stans, siglata con la mediazione di Nicolao della Flüe, nel 1481). Le decisioni prese dalla Dieta dovevano poi essere riferite (lat., ad referendum) alla popolazione dei cantoni e ratificate. Nel 1525 il Consiglio cittadino di Zurigo approvò le idee riformatrici di Ulrico Zwingli: le proprietà fondiarie dei conventi e della Chiesa cattolica vennero incamerate dalla città e crebbero le prerogative del municipio e delle corporazioni cittadine ai danni delle campagne.

La Riforma si estese a Sciaffusa, a Basilea, a Berna e nelle campagne di San Gallo e dei Grigioni. I cantoni rurali individuarono nella Riforma un movimento cittadino e vi si opposero. La vittoria cattolica nella Seconda guerra di Kappel (1531) segnò l’arresto del movimento riformato nella Svizzera centrale. Nel 1536 Giovanni Calvino iniziò la Riforma a Ginevra e si accordò con le città zwingliane per una confessione elvetica comune (Confessiones Helveticae, 1536 e 1566).

I cantoni cattolici, poco popolati (circa un terzo della popolazione), ma più numerosi, tennero il controllo della Dieta e imposero ai baliaggi comuni (i territori soggetti sia ai cantoni cattolici, sia a quelli protestranti) la religione cattolica. I contrasti confessionali nei territori dell’Impero (→ Guerra dei trent’anni) spinsero la Confederazione ad allontanarsi sempre di più dal potente vicino e cimentarono l’alleanza militare fra cantoni (codificata nel Defensionale di Wil del 1647) nonostante le differenze religiose: nel 1648 anche l’Impero riconobbe l’indipendenza svizzera.

Nel 1674 la Dieta, in risposta all’occupazione francese della Franca Contea, proclamò la neutralità armata, che dura tuttora. Se, con la Seconda guerra del Toggenburgo del 1712, si chiusero definitivamente i conflitti religiosi, si acuirono quelli economici e sociali: le campagne svilupparono una precoce modernizzazione e tolleravano sempre meno i privilegi dei patriziati urbani.

Sotto l’influsso dei Lumi si verificarono numerosi cambiamenti: progressi in ambito agricolo (propagati dai fisiocratici), incremento demografico (+25% dal 1700 al 1800) e diffusione del lavoro proto-industriale a domicilio fra i contadini (Verlagssystem; filatura e tessitura del cotone, assemblaggio di orologi).

La diffusione di un’economia di tipo commerciale nelle campagne portò a contrasti sempre maggiori con i patriziati urbani. Scoppiarono rivolte a Ginevra (1737 e 1782), a Berna (1749), in Leventina (1755, → Rivolta della Leventina) e nella campagna zurighese (1794). Nel 1798 le truppe rivoluzionarie francesi occuparono il Giura.

A Basilea la popolazione (guidata da Peter Ochs) insorse contro il patriziato e rinunciò alla sovranità sui baliaggi a sud delle Alpi (che si proclamarono Liberi e Svizzeri pochi giorni dopo, respingendo un tentativo d’invasione dei Cisalpini). Nel Vaud Frédéric-César de La Harpe proclamò la Repubblica del Lemano, separata da Berna. Insorsero il Vallese, l’Argovia, le campagne di Zurigo e di Sciaffusa. Berna si oppose alla Francia, ma venne sconfitta a Grauholz.

La Svizzera venne trasformata in una repubblica unitaria, senza confini interni e divisa in dipartimenti (su modello francese): la Repubblica Elvetica. Venne abolita la differenza fra i cittadini delle campagne e quelli delle città e quella fra cantoni sovrani e baliaggi. Si formarono allora due schieramenti (che si sarebbero successivamente organizzati in partiti): da una parte i favorevoli allo stato egualitario e liberale, dall’altra i conservatori che chiedevano un ritorno allo stato precedente; tra il 1800 e il 1802 si susseguirono cinque colpi di stato.

Nel 1803 Napoleone, esasperato, fece ridiventare la Svizzera uno stato confederale tramite l’Atto di Mediazione, ma conservò importanti elementi della Repubblica elvetica: gli ex baliaggi (Argovia, Ticino, Turgovia e Vaud) e l’ex alleato Grigioni vennero ammessi come cantoni a pieno titolo. Crollato il sistema napoleonico a Lipsia, la Svizzera recuperò dalla Francia i vecchi territori (ad eccezione della Valtellina e di Mulhouse) che vennero ammessi come cantoni: Neuchâtel, Vallese e Ginevra. Il Congresso di Vienna riconobbe inoltre le frontiere esterne della Svizzera e quelle interne tra cantoni e impose al Paese la neutralità armata permanente per sottrarlo all’influenza francese.

Il movimento restauratore si arrestò nel 1830 quando il tumultuoso sviluppo industriale impose sempre nuove modifiche al vecchio quadro legislativo (la Rigenerazione). Nel 1845 i cantoni conservatori-cattolici (i Waldstätten, Vallese, Lucerna e Friburgo), scontenti per il crescente centralismo federale, costituirono una propria lega, il Sonderbund (ted. “Lega separata”).

I legami fra i secessionisti e l’Austria provocarono l’intervento dell’esercito federale (→ Guerra del Sonderbund) che trionfò a Gislikon (genereale G.H. Dufour) nel 1847. Nel 1848 entrò in vigore la nuova costituzione federale che trasformava la Svizzera da una Confederazione di cantoni in uno Stato federale, moderno e liberale; ponendo le basi per un’accelerazione dello sviluppo economico.[16]

Il primo Consiglio federale eletto il 16 novembre 1848: (in senso orario dall’alto) J. Munzinger (Soletta), D.H. Druey (Vaud), W.H. Naeff (San Gallo), F. Frey-Herosé (Argovia), S. Franscini (Ticino), U. Ochsenbein (Berna), J. Furrer (Zurigo).

Le basi per lo Stato federale moderno vennero poste all’indomani della guerra del Sonderbund. La costituzione del 1848 (in seguito rivista solo nel 1874 e nel 1999) diede alla Svizzera un governo maggiormente centralizzato: competenze fino ad allora appannaggio dei cantoni vennero delegate alla Confederazione (la difesa nazionale, la moneta, le dogane e il servizio postale).

Con la creazione di uno spazio economico comune (vennero unificati pesi e misure e abolite le dogane fra cantoni), lo Stato federale si fece promotore dello sviluppo economico e la Svizzera venne radicalmente trasformata dall’industrializzazione e dalle ferrovie. Il Paese seppe sfruttare alcune buone condizioni di partenza (il basso tasso di analfabetismo tra gli adulti, le conoscenze artigianali, la coesione interna e il quadro legislativo liberale) e puntò sin dall’inizio sull’esportazione di prodotti ad alto valore aggiunto (orologi, alimentari lavorati, tessuti particolari, prodotti chimici, telai meccanici e macchinari complessi).

Non più soddisfatti del solo diritto di voto (divenuto universale, per gli uomini, nel 1848), i cittadini si attivarono per ottenere maggiori strumenti democratici e ottennero che nella Costituzione fossero iscritti il diritto di lanciare un referendum (1874) e il diritto di lanciare un’iniziativa popolare (1891).

Nella seconda metà del secolo le diverse correnti politiche si organizzarono in partiti: nacquero il Partito cattolico-conservatore (oggi Pdc, nel 1848), il Partito socialista svizzero nel 1888 e il Partito radicale nel 1894. Come durante la Guerra franco-prussiana (1870-1871), la Svizzera si mantenne neutrale anche durante la prima guerra mondiale (1914-1918), ma il degrado delle condizioni di vita di gran parte della popolazione a causa della guerra condusse le organizzazioni operaie (riunite nel Comitato di Olten) a lanciare il primo sciopero generale nel 1918: le principali rivendicazioni (la settimana lavorativa di 48 ore e l’istituzione di un’assicurazione sulla vecchiaia) vennero rifiutate, ma l’anno seguente il Consiglio nazionale venne eletto con il sistema proporzionale e fecero il loro ingresso nel parlamento elvetico esponenti delle organizzazioni operaie, segnando la fine dell’egemonia radicale.

Nel 1920 il Paese aderì alla Società delle Nazioni che aveva posto la sua sede proprio in Svizzera, a Ginevra. La Società riconobbe la neutralità permanente della Svizzera e la esonerò dalla partecipazione alle azioni militari. La crisi economica del 1929 determinò un aumento massiccio della disoccupazione in Svizzera e nel 1936 il franco venne svalutato per aiutare le esportazioni; l’anno successivo fu quindi possibile siglare la pace del lavoro nell’industria metallurgica (allora la più importante del paese).

Il riconoscimento del Romancio come lingua nazionale (1938), la costruzione di un sistema di fortificazioni nelle Alpi (→ Ridotto nazionale, 1940) e l’entrata del primo esponente socialista nel Consiglio federale (1943) rafforzarono la coesione nazionale durante gli anni della seconda guerra mondiale. Tuttavia la neutralità elvetica venne messa a dura prova dagli eventi bellici: se durante i precedenti conflitti la Svizzera confinava con entrambi gli schieramenti, dopo il crollo della Francia nel giugno del 1940, la Svizzera si trovava circondata dalle forze dell’Asse.

Il commercio aereo era all’epoca poco sviluppato e il Paese finì per intrattenere relazioni economiche principalmente con i paesi confinanti e segnatamente con la Germania. Terminato il conflitto gli Alleati obbligarono la Svizzera a versare 250 milioni di franchi (circa l’1,7% del Pil elvetico di allora) per la ricostruzione dell’Europa.

Nei confronti dei rifugiati la politica svizzera oscillò da una moderata apertura alla politica della barca piena (ted. vollen Boot), che portò al respingimento di parecchi profughi, anche su pressione delle autorità tedesche e italiane.

Il ruolo della Confederazione durante la seconda guerra mondiale è stato indagato criticamente dalla Commissione Bergier (dal nome dello storico che ha presideuto il gruppo di lavoro) istituita dal governo federale negli anni novanta.

Nel 1947 venne introdotta l’assicurazione sulla vecchiaia (Assicurazione vecchiaia e superstiti, AVS) ponendo le basi per lo stato sociale odierno. Al crescente internazionalismo dell’economia elvetica fece da contrappeso l’attaccamento popolare alla neutralità e all’isolazionismo del paese: nel 1948 gli elettori rifiutarono di aderire all’Organizzazione delle Nazioni Unite (la cui sede principale venne posta a Ginevra, nei locali della Società delle Nazioni).

Nel 1959 venne eletto un secondo socialista nel Consiglio federale e per la prima volta l’assegnazione dei seggi nell’esecutivo divenne proporzionata alla forza elettorale dei quattro grandi partiti: la ripartizione (chiamata formula magica) costituì un elemento di grande stabilità e durò sino al 2004 (quando entrò in governo un secondo esponente Udc a scapito del rappresentante Pdc).

La stabilità politica interna (accanto a un’amministrazione prudente della cosa pubblica) accompagnò la crescita economica nella seconda metà del Novecento: il reddito procapite crebbe più rapidamente che nel resto del continente, beneficiando anche dello sviluppo del settore finanziario. Le buone condizioni di partenza e una spesa costante permisero di mantenere all’avanguardia la ricerca elvetica, assicurando il prestigio dei prodotti esportati sui mercati esteri e attraendo nel paese ricercatori stranieri.

Nel 1971, dopo un tentativo infruttuoso nel 1959, popolo e cantoni concessero il diritto di voto anche all’elettorato femminile, i diritti politici divennero per la prima volta nel paese veramente universali. Nel 1978, dopo una serie di consultazioni popolari (a livello cantonale e federale), tre distretti francofoni del Canton Berna si separano da esso e andarono a costituire il Canton Giura, che divenne il ventiseiesimo cantone della Svizzera.

Le tendenze isolazioniste riemersero nel 1986 quando in un referendum gli elettori rifiutarono di entrare nelle Nazioni Unite e nel 1992 quando il popolo bocciò l’entrata della Svizzera nello Spazio economico europeo. In quest’ultima occasione il paese si divise tra la Romandia, favorevole a un’integrazione continentale, e la Svizzera tedesca e quella italiana, che volevano mantenere la totale indipendenza del Paese.

Nello stesso anno la Svizzera entrò invece a far parte delle maggiori organizzazioni capitalistiche mondiali: la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Pochi anni dopo l’ottenimento del diritto di voto a livello federale, nel 1984 Elisabeth Kopp divenne la prima donna ad entrare nel governo, mentre nel 1999 – dopo che nel 1990 anche l’Appenzello Interno (ultimo cantone ad adeguarsi) introdusse il suffragio femminile per decisione del Tribunale federale – Ruth Dreifuss venne eletta alla presidenza della Confederazione.

Durante gli anni novanta la Svizzera ha vissuto una lunga crisi caratterizzata da bassi tassi di crescita economica e dal venir meno della fiducia dei cittadini in alcuni ambiti e settori pubblici (lo scandalo delle schedature, la vicenda degli averi ebraici, le grandi fusioni nel settore bancario, il fallimento della compagnia aerea Swissair).

Con una nuova votazione popolare, questa volta con esito positivo, la Svizzera entrò ufficialmente nelle Nazioni Unite il 10 settembre 2002, lo stesso anno si tenne l’esposizione nazionale Expo.02. Con il nuovo millennio l’economia elvetica ha ricominciato a crescere con tassi superiori alla media europea.

Pur continuando ad osservare una stretta neutralità, si è accentuata l’internazionalizzazione dell’economia svizzera (4º paese più globalizzato secondo il Politecnico di Zurigo e l’OCSE), considerata fra le più competitive al mondo[28] (nel 2009, nel 2010 e nel 2011 al primo posto) mentre il reddito procapite e la qualità di vita nelle sue città sono stabilmente ai vertici delle classifiche internazionali.

Fonte: Wikipedia

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